venerdì, luglio 07, 2006,10:11
NEGRI AL VOLANTE

Da Freddy Nietzsche
L’anno scorso sono andato a Los Angeles alla fiera dei videogiochi. E siccome stavo in zona LAX, cioè vicino all’aeroporto, e la fiera era a downtown, cioè in zona Collateral, era un continuo prendere taxi. Perché negli Stati Uniti, ma soprattutto a Los Angeles, il trasporto pubblico non esiste, o meglio non esiste il trasporto collettivo, sia esso pubblico o privato. Fuori dalla partita di baseball (stadio gremito, parcheggio immenso pieno) c’era un taxi. E l’ho preso io. Tutti gli altri erano venuti per conto loro, ognuno con la sua. Comunque, non divaghiamo. In cinque giorni a Los Angeles non so quanti taxi ho preso, ma sappiate che nemmeno una volta il taxista era bianco e anglosassone. I tassisti di cui mi ricordo sono stati, in ordine sparso:
-un armeno gigante che guidava a scatti telefonando e che quando gli ho chiesto se era armeno perché il cognome finiva in ian mi ha risposto “of course every armenian name finish with ian, you nnow, my friend, the turkish killed one and a haf million armenians, the first holoccosst of the twentyth centurry, first the armenians, then the jews, stalin and hitler, the big satans my frriend”
-un etiope che ha saputo che ero italiano e subito mi ha detto allora sei cattolico come me, io ho detto sì di cultura ma non credo, lui come non credi hai il vaticano e non credi? non vedi che meraviglia il mondo? è chiaro che dio c’è chi credi che abbia fatto i fiori e il cielo blu? e poi scusa scusa non ti voglio disturbare amico
-un indiano sikh col turbante e lo schermo a cristalli liquidi che mandava singoli di pop punjabi, poi quando dovevo pagare non avevo gli spiccioli per il resto ha preso un euro per due dollari perché non fa niente mi sei simpatico e poi faccio la collezione (era un euro crucco con l’aquila)
-un russo che mi ha riempito di complimenti perché ero italiano e diceva l’europa la russia l’italia sono posti normali dove la gente parla beve un bel bicchiere io questi non li capisco sempre di fretta fuck fuck fuck, you fuck american, e mi ha raccontato che lui aveva un’azienda in URSS che lavorava con lo stato e poi con il crollo è rimasto ciulato, Michail Gorbaciov destroyed my life, la mafia gli ha confiscato tutto minacciandolo di morte, l’hanno messo su un aereo per los angeles con la moglie e due figli e lì si è ricostruto una vita con il taxi, e adesso ha una minicompagnia di sei taxi, e aveva la valigetta sul sedile davanti l’ha aperta e mi ha fatto vedere fiero this is the money they give me every friday, il figlio lavora nel ramo hi-tech e la figlia è ginecologa (il sogno americano esiste ancora, cazzo), non posso venire in italia è troppo lontano e costoso ma tra qualche mese vado al Rialto a Las Vegas così vedo un po’ di Italia
-un fratello nero con cui abbiamo parlato male di bush e dei fanatici cristiani per tutto il tragitto e c’era coda
-un greco che masticava semi e sentiva il sirtaki a chiodo per tutto il tragitto
-un fratello nero che sembrava Marcellus Wallace di Pulp Fiction e sentiva una radio liberal in AM e abbiamo parlato male di bush per tutto il tragitto.
Tutto questo per dire che nei posti normali succede esattamente quello che paventano i cartelli dei taxisti in rivolta: “Grazie a Bersani sui taxi ci vanno gli africani”, “Vuoi prendere il taxi? Chiedi a Mustafà” e altri di questo tenore. Nei posti normali il taxi è un lavoro con una accessibilità praticamente immediata, perfetto per inserirsi nel mercato e nella società per un periodo elastico da qualche settimana a tutta la vita, autogestito e agile. All’inizio tutti lavorano per una compagnia, quindi in sostanza noleggiano il taxi e si tengono tutto il resto; poi se vogliono si compano il taxi, entrano in una cooperativa, mettono in piedi una compagnia loro. Fanno quello che vogliono fare.
Quindi sì, mi va benissimo, rinuncio al vostro monopolio stizzito e furbastro, rinuncio ai vostri melodrammi, ai vostri trucchetti miseri col tassametro, mi prendo gli africani, salgo in macchina con Mustafà, Talvin, chiunque voglia portarmi in un posto chiedendomi una cifra onesta. Perché noi non abbiamo paura dei negri al volante. Voi forse sì. Ma voi non siete la clientela. E nei paesi liberi su queste cose è la clientela che decide.
scritto da Andrea&Serena



2 Commenti:


  • Alle 07 luglio, 2006 17:29, Anonymous Anonimo

    d'accordissimo!!!
    ancora ricordo con rabbia un sabato sera a roma in pieno inverno e con la pioggia incessante:avevo bisogno urgente di un taxi per andare da testaccio a roma nord..il panico..i radio taxi per due ore filate mi hanno dato nell'ordine:occupato, libero ma non rispondo, libero ti rispondo e ti dico che non ci sono vetture.2 ore dopo, un tassista che si era momentaneamente parcheggiato, mi preleva solo perchè il suo turno era finito e doveva tornare a casa e mi informa che quando le chiamate sono eccessive e i tremila taxi di roma non riescono a cooordinarsi, c'è un computer che seleziona le chiamate e dà la preferenza ai numeri provenienti da bar, locali notturni, ristoranti e hotel convenzionati con le loro cooperative, mentre quando compare la chiamata di un privato (povero cristo) il computer provvede a respingerla, insomma fa da filtro. morale: resti a terra. per non parlare di quando devi cedere al ricatto delle tariffe (dalla stazione termini a piramide, senza traffico, mi sono stati chiesti 30 euro!!!)

  • Alle 07 luglio, 2006 20:22, Anonymous ericablog

    ricordo i taxi a Londra quando una trentina di anni fa ero lì a studiare d'estate: bastava allungare una mano e si fermavano e non erano poi neppure tanto cari , ed era di sera , quando rientravi da qualche spettacolo ( di giorno prendevo i buses rossi !!!)...qui in Italia sono trent'anni che aspetto una liberalizzazione e finalmente è arrivata , grazie a Bersani, che spero vivamente tenga duro e non molli ....

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