sabato, aprile 12, 2008,12:14
Io Non voto.
Non voterò neanche questa volta. E sinceramente mi sto affezionando all'idea di non aver mai prodotto una scheda elettorale valida in vita mia.
Riassumerei tutto così:
"Socialisti e clericali li lascio a voi (PD e PDL ed ideologicamente aberranti partiti minori). E tenetevi pure il PLI che non presenta neanche un programma serio: dovrei affidare a loro fiducia e speranza?".

Riporto alcune considerazioni interessanti tratte da il Bosco dei 100 Acri:

Sono da sempre un appassionato di politica. Fin da quando ero bambino. Come è naturale che sia, nel corso del tempo, sulla base di vari studi, letture, riflessioni e di una maturazione intellettuale personale molte mie opinioni e posizioni sono mutate. L'approdo finale di questo mio percorso è stato il liberalismo.
Quando l'ho incontrato e ho iniziato ad approfondirlo davanti a me si è dischiuso un mondo nuovo.
Molto banalmente, il liberalismo è la dottrina filosofico-politica che mette al centro di tutto l'inidividuo ed i suoi diritti, stabilendo che ogni persona gode di una sfera di libertà che non può essere scalfita da nessuno e che ogni persona ha il diritto di compiere ogni azione desideri a patto che questo non rechi danno ad altri o che non impedisca ad altri della possibilità godere degli stessi diritti di cui ha goduto l'individuo in questione; il liberalismo si fonda sulla libertà di scelta, non ha la pretesa di stabilire che cosa è giusto o che cosa è sbagliato e non vuole omologare il pensiero degli individui. Il liberalismo inoltre avversa ogni forma di coercizione e quindi pone dei paletti assai severi riguardo i limiti che non devono essere oltrepassati dall'attività statale (arrivando, in alcune sue varianti, a mettere in discussione il concetto stesso di "Stato").
In sintesi dunque il liberalismo poggia sul concetto di individuo, proponendosi come il sistema in grado di valore al massimo le capacità e i talenti delle singole persone, e si contrappone a visioni collettivistiche della società.
Al contrario di quanto avvenuto in altre parti del globo, come ad esempio all'interno del mondo anglosassone, in Italia le idee e la cultura liberale hanno avuto una diffusione e un impatto assai scarsi.
Il vecchio Partito Liberale Italiano (Pli), nato nel 1922 e ricostituitosi nel1943, durante l'epoca repubblicana e fino al suo scioglimento, avvenuto il 6 febbraio del 1994 sulla scia di Tangentopoli, pur avendo fatto parte di numerose coalizioni di governo, ha sempre avuto un bacino elettorale assai esiguo.
Sul fronte strettamente culturale le cose non sono mai andate meglio, visto che dal dopoguerra in poi la cultura politica che ha avuto la diffusione più vasta tra gli intellettuali è stata quella di matrice marxista, motivo per il quale il liberalismo per decenni è stato di fatto quasi del tutto ignorato a livello accademico.
Questa situazione è parsa poter cambiare quando nel 1993 l'imprenditore Silvio Berlusconi ha annunciato l'intenzione di fare il suo ingresso in politica, progetto che si è concretizzato il 18 gennaio del 1994 con la fondazione di Forza Italia.
Berlusconi espresse fin dal principio, forte della sua esperienza di imprenditore di successo, l'idea di rendere efficiente la macchina statale, di ridurne il peso, sottolineando la necessità di amministrarla come fosse un'azienda e di introdurre concetti che per il nostro Paese erano decisamente rivoluzionari, quali ad esempio la meritocrazia. Il suo progetto era quello di creare un "partito liberale di massa".
Gran parte del vecchio Pli aderì con entusiasmo al nuovo movimento, esaltato dalla prospettiva di poter avere finalmente un posto di rilievo nella vita politica italiana. Il momento della riscossa era finalmente arrivato? Molti liberali credettero di sì.
Sulla bontà dei concetti liberali nessuno ha mai avuto dubbi, e con un'adeguata organizzazione alle spalle e soprattutto forti di un leader che possedeva grande popolarità, eccellenti doti comunicative e ingenti risorse economiche, oltre a controllare vari media, si pensò che si sarebbe riusciti a diffondere in modo efficace quelle idee presso la maggioranza degli italiani.
Il programma con il quale Forza Italia si presentò alle elezioni del 1994 assieme ai suoi alleati (vincendole), scritto quasi interamente Antonio Martino, era autenticamente liberale e liberista.
Quel governo purtroppo durò solo sei mesi, a causa della Lega Nord che ritirò il suo appoggio.
Seguirono un governo tecnico e un quinquennio nel quale governò il centrosinistra (dal 1996 al 2001).
Il 13 maggio del 2001 il centrodestra rivinse le elezioni con un programma un po' meno liberale rispetto a quello del 1994 ma che comunque generò aspettative altissime tra i liberali, che purtroppo però nei cinque anni seguenti vennero per la maggior parte disattese.
L'azione di quell'esecutivo fu contraddistinta da un'elevata litigiosità interna e, nonostante alcuni buoni provvedimenti, alla fine il bilancio, rispetto alle attese, fu largamente insufficiente. Si registrò una riduzione della pressione fiscale assai bassa (non venne dato seguito al progetto delle due aliquote uniche), non ci fu un imponente processo di privatizzazioni e di liberalizzazioni, la spesa pubblica non diminui nella misura nella quale ci si attendeva e la burocrazia non venne snellita in modo sensibile e apprezzabile. Contemporaneamente si registrò una progressiva marginalizzazione degli esponenti liberali e sui cosiddetti temi eticamente sensibili il governo operò una decisa sbandata illiberale, che culminò con l'approvazione della legge 40.
Nel 2006 il programma elettorale era decisamente meno liberale di quello del 2001 (un esempio su tutti: era sparita la proposta delle due aliquote uniche) e quello del 2008 rappresenta un'ulteriore regressione, da un punto di vista liberale, rispetto a quello del 2006.
Giulio Tremonti, che in caso di vittoria sarà il ministro dell'economia, lancia da mesi attacchi durissimi nei confronti del libero mercato e della globalizzazione, arrivando a sostenere che l'intervento statale nell'economia è giusto e necessario. Nel programma non c'è traccia di vaste privatizzazioni e liberalizzazioni (banche, assicurazioni, servizi locali, professioni) e anzi, vengono canddidati personaggi come il leader della rivolta dei tassisti. Non sono previsti meccanismi di privatizzazione del sistema sanitario. Sono infine presenti numerose misure interventiste e assistenzialiste.
Per quanto riguarda le questioni eticamente sensibili nemmeno l'ombra di provvedimenti quali la depenalizzazione delle droghe leggere, dell'abrogaziozione della legge Merlin o della legge 40, dell'introduzione del divorzio breve, del testamento biologico, dell'eutanasia, o dell'istituzione di meccanismi privatistici attraverso i quali due persone conviventi, a prescindere dal loro sesso, possano regolare di comune accordo una serie di aspetti.
Manca la previsione di riforme strutturali quali ad esempio, nell'ambito dell'istruzione, l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Se atutto questo aggiungiamo il fatto che ormai da qualche anno nessuno dei leader del centrodestra, Berlusconi in primis, cita tra i "padri nobili" esponenti liberali (Mises, Hayek, Friedman) ma solo esponenti della cultura popolare, l'inarrestabile clericizzazione in atto, testimoniata da dichiarazioni tipo quelle rilasciate da Gasparri (“Il Pdl accoglie l’appello di Bagnasco e si impegna a difendere e sostenere i valori cristiani, in difesa della vita e a tutela della famiglia. Nel preambolo al nostro programma di governo abbiamo inserito indicazioni chiare di valori e temi etico-sociali che impegnano da un punto di vista morale tutti i candidati del Pdl. Una sottoscrizione chiara che va al di là del programma e che sarà la stella polare per tutto il Popolo delle libertà”) e l'esclusione di numerosi esponenti liberali dalle liste (Daniele Capezzone, Alfredo Biondi, Dario Rivolta, Egidio Sterpa, Antonio Del Pennino e Lino Jannuzzi), a fronte della presenza di fascisti, statalisti e clericali di ogni sorta, il quadro è fosco.

La quasi totalità dei liberali, giustamente, è delusa, insoddisfatta e frustrata. Che fare dunque?
Ci sono tre possibilità:

1) astenersi;

2) votare Pdl "turandosi il naso";

3) esprimere un voto di protesta, optando per la scheda bianca o nulla o dando la propria preferenza ad un partito minore;


Personalmente ritengo che solo la terza opzione sia costruttiva.

In ogni tornata elettorale c'è sempre una quota di astensione "fisiologica".
Se non mi reco alle urne il mio non voto verrà confuso con l'astensionismo di chi non va a votare perchè non si informa e e si disinteressa della politica come di qualunque altro argomento serio.
Ma anche se vado a votare turandomi il naso non lancio alcun segnale.
La politica è un mercato.
Se io fossi un politico perchè dovrei interessarmi delle opinioni degli astensionisti "fisiologici"?
Tanto è gente che non va a votare a prescindere, non mi è di alcuna utilità.
E viceversa...
Perchè dovrei interessarmi delle preferenze di chi mi vota turandosi il naso?
L'importante è che mi votino, sai quanto me ne importa se sono scontenti o lo fanno con il magone.
Tanto negli anni precedenti ho talmente polarizzato la competizione (come i miei rivali con l'antiberlusconismo) che i miei elettori con i quali ho instaurato un vincolo di fedeltà mi voteranno comunque, anche se delusi, qualunque cosa faccia o dica, non ho bisogno di ascoltarli.

Se io invece dò un voto di protesta, facendo capire di essere un elettore dell'area di centrodestra che però non è disposto a votare il Pdl a prescindere, in un contesto dove ultimamente le elezioni si decidono per un pugno di voti, probabilmente la prossima volta qualche esponente del Pdl si preoccuperà di capire quali sono le mie opinioni, le mie richieste e le mie preferenze.Non lo farà per motivi alti e nobili, ma per puro interesse personale. Questa volta non ho votato per lui, ma il fatto che io mi sia preso la briga di andare al seggio e votare e che tendenzialmente appartenga alla sua area politica significa che potenzialmente sono una persona che la prossima volta potrebbe esprimere una preferenza per lui.
La politica è fatta di accordi e di equilibri. Il programma del Pdl non è un accordo a metà strada fra le ragioni dei conservatori e dei liberali, ma è tutto orientato verso le istanze dei primi. Se da liberali facciamo gli snobbisti disertando le urne o gli yesmen del voto, che dicono "sì" qualunque idiozia venga loro proposta, non facciamo il bene del liberalismo, perchè il nostro potere contrattuale (per le ragioni che ho spiegato) è zero. Se invece il Pdl dovesse pareggiare o quasi le elezioni perchè si vede chiaramente che c'è stata una perdita di voti sul versante liberale (potrebbero bastarne poche decine di migliaia, come l'altra volta) probabilmente la prossima volta verremo ascoltati.
E "ascoltarci" non vuol dire adottare “Il manifesto libertario” di Rothbard, e nemmeno stilare un programma tipo quello del partito liberale olandese.
So perfettamente che l'Italia non è l'Olanda, il Belgio o il Canada, dove esistono forti partiti liberali in grado di concorrere per la vittoria alle elezioni.
No,"ascoltarci" vuol dire darci delle liste dove c'è qualche liberale e dove il programma sia un compromesso equilibrato tra conservatori e liberali, tipo quello dei Conservatori inglesi, dei gollisti dell'Ump o del Partito Popolare spagnolo.
E non credo che mi si possa definire utopico, o liberale da salotto, o accusare di chiedere la luna, perchè ho citato esempi concreti che fanno riferimento a partiti conservatori che in Europa fanno parte del PPE, e non dell'ELDR.
E’ francamente paradossale che un sedicente partito liberale di massa sia enormemente più clericale di un partito che fa esplicitamente riferimento alla cultura politica popolare e che opera anch’esso in presenza di una Chiesa Cattolica forte e con un’alta capacità di mobilitazione.


Alcuni dicono che i liberali dovrebbero cercare di condurre la loro battaglia all'interno del Pdl. Questo sarebbe sacrosanto se fossimo in presenza del sistema americano. Se ci fosse una legge elettorale che prevede la presenza dei collegi uninominali nei quali ogni partito tiene delle primarie allora gli elettori liberali potrebbero sostenere dappertutto i loro candidati in contrapposizione a quelli espressi dalle altre anime del partito. Il sistema elettorale invece è proporzionale, le liste sono bloccate (cioè senza la possibilità di indicare la preferenza), sono interamente decise dai vertici e non c'è la possibilità di concorrere per la leadership. In queste condizioni come si può realisticamente pensare di condurre una battaglia "dall'interno"?

Alle elezioni che si svolgeranno domenica e lunedì si presenterà ance il ricostituito Partito Liberale Italiano (Pli).
Riguardo al voto dato ai piccoli partiti e alla sua razionalita il noto politologo Gianfranco Pasquino ha scritto:
"(...)E' stato quindi notato che, nel caso del voto, come di altri comportamenti di partecipazione, la motivazione detta strumentale, vale a dire del perseguimento di un obiettivopreciso, specifico -l'elezione di un determinato candidato, la vittoria del proprio partito-, sia talvolta subordinata alla motivazione definibile come espressiva, vale a dire la riaffermazione dell'appartenenza dell'elettore a una classe sociale, a un gruppo etnico, a una chiesa, a una comunità culturale, a un'associazione professionale. Nel caso di un voto espressivo, l'attività di partecipazione fonde in un insieme significativo le motivazioni del prendere parte con quella dell'essere parte. Diventa perfettamente razionale per gli elettori affermare con il voto la loro appartenenza e la loro adesione, a prescindere dalle possibilità effettive di influenzare l'esito del voto."
(Gianfranco Pasquino, "Corso di Scienza Politica", Il Mulino)


Come ho spiegato e argomentato non ritengo che il Pli vada votato in nome di una motivazione espressiva, e quindi sostanzialmente fine a sè stessa, ma per un obiettivo ben concreto, ovvero quello di lanciare un segnale.
Il Pli è ritornato per la prima volta sulla scheda elettorale in occasione delle regionali del 2005. L'anno successivo, in occasione delle elezioni politiche, si è presentato all'interno della Casa selle Libertà. Il suo Segretario, Stefano De Luca, nel 1994 è stato eletto europarlamentare all'interno delle liste di Forza Italia.
E' chiaro dunque che ogni singolo voto che otterrà il Pli sarà stato espresso da un elettore appartenente all'area di centrodestra, e nella quasi totalità dei casi si tratterà di un elettore deluso di Forza Italia.
Direi che con il voto al Pli il segnale che si lancia è inequivocabile.
Non è un voto utile nel senso che contribuirà eleggere un candidato che in Parlamento si farà portatore di determinate istanze. E' un voto utile perchè è l'espressione del malessere e del disagio di molti elettori liberali e costituirà un messaggio indirizzato agli esponenti del Popolo della Libertà, messaggio che se recepito contribuirà alla creazione di un centrodestra migliore.


Un centrodestra più liberale.

Questa sì che per il Paese sarebbe una cosa non utile, ma utilissima.

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scritto da Andrea



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